Ti saluto chef stellato, ora ho una nuova moda: la bitcoin-mania

Ti svegli una mattina e scopri finalmente che anche la moda dello “Chef stellato” sta ormai tramontando, ma che le centinaia di esperti cuochi stanno ora passando il testimone a dei nuovi specialisti: i Trader. Restandomene allora sulla ruota panoramica per scrutare dall’alto la sagra del paese, non posso esimermi nel domandarmi perché abbiamo sempre bisogno di nuovi eroi “altruisti”, che si preoccupano per noi.

Ma se allora la “bitcoin-mania” è la nuova moda e se si dice in generale che il banco vince sempre, mi chiedo quindi se è veramente possibile concretizzare un investimento sano su questi nuovi Asset di marcato. Evitando allora di perdere tempo su sciocchezze di presunti schemi ponzi, mi soffermerei nel riflettere su come molti stiano urlando alla bolla speculativa, paragonandola a quella della dotcom del 2001.

Anche se non la vedo cosi nera, esistono in effetti alcune caratteristiche tipiche delle bolle come il principio della “sostituzione”, il “takeoff” e ovviamente “l’esuberanza” che sta alimentando il trend di crescita. Se infine poi ci aggiungessimo la paura collettiva di non partecipare al banchetto, allora il quadro sarebbe completo. Ma se il grande dilemma odierno sta nel capire il livello di guadagno, nonché di rischio su un potenziale investimento, allora dove conviene puntare? Per partire potremmo definire le criptovalute come delle monte virtuali, i cui movimenti sono regolamentati da un grande libro contabile chiamato “blockchain”.

Una delle particolarità di questi oggetti che li rende perfetti per il mercato speculativo, è la grande volatilità, che tra fiducia e sfiducia ne fa oscillare il prezzo. E’ ovvio che in questo caso il tipo di investimento dovrebbe essere a breve termine, magari utilizzando le opzioni binarie. D’altro canto la maggior criticità che vedo su questa tipologia di trading è che comunque ad oggi non esiste per gli organi di vigilanza una normativa ufficiale su cui lavorare.

Per esempio se venisse eseguita una vera estensione delle normative antiriciclaggio, che ricordiamo non permettono l’anonimato sulle transazioni e regolano i volumi sugli spostamenti dei capitali, è probabile che il valore delle criptovalute scenderebbe a picco vanificando così gli investimenti di molti risparmiatori principianti o poco attenti. L’investimento a lungo termine dovrebbe essere invece fatto sul modello operativo che sta alla base, ovvero le blockchain. Per restare nello stesso contesto si potrebbe valutare un investimento su più criptovalute, che ricordiamo essere solo una delle tante applicazioni per queste tecnologie, augurandosi che una di queste possa imporsi rispetto alle altre (quello che sta avvenendo per esempio per Bitcoin).

Alla lunga, il rendimento sarà la risultante della capitalizzazione totale in rapporto al numero di monete, che sappiano essere finito. Per usare un paragone, a parità di numero di treni (numero di criptovalute), più lunga sarà la rete ferroviaria (estensione della blockchain), maggiori saranno le stazioni collegate. Questo permetterà un aumento degli spostamenti (numeri di transazioni) e quindi una sempre maggiore sicurezza da parte della gente nell’arrivare a destinazione (fiducia nell’utilizzo).

L’ultimo scenario che mi sentirei di proporre riguarda invece il classico investimento sul mercato azionario. Considero questo tipo di trading sicuramente più sicuro, ma, come dice il vecchio Buffet, devono sussistere due principi: conoscere il proprio investimento e diversificarlo sul mercato. Ad oggi esistono molteplici start-up quotate che stanno adottando la tecnologia blockchain al fine di trasformare o imporre nuove tipologie di applicazione.

A fianco a queste esistono poi vecchie aziende veterane nelle logiche di mercato, che stanno modificando il proprio modello di business a favore della nuova tecnologia. Occorre quindi conoscere queste realtà, verificandone la salute e ponderando un investimento oculato pur sempre con l’idea di puntare su più realtà e quindi ridistribuendo il rischio.

Per concludere ritengo che se anche siamo lontani dalle scene da film in cui la transazione di milioni di dollari avviene in tempo reale premendo un tasto, la strada iniziata sia comunque giusta. Se qualcuno infine mi chiedesse se investirei tutto su bitcoin, potrei rispondere che lo farei con lo stesso livello di serenità con cui in un casinò punterei tutto il mio patrimonio sull’anno della mia nascita.

Pubblicato il 25 maggio 2018 su OggiTreviso.

A Treviso, la prima azienda per il cambio in bitcoin

Ho sempre detto che non servono grandi capitali da investire, ettari di terra per fatiscenti campus digitali e uomini visionari per sviluppare un idea intelligente, perché in fondo prima della New Economy chi voleva fare azienda si arrangiava comunque. Per molti la “Bitcoin-mania” non è altro che una grande bolla speculativa alla stregua di quella delle “dot-com” del 2001, ma su questo due giovani imprenditori trevigiani non sono d’accordo, tanto che su sull’onda di questo fenomeno, hanno reinventato per primi in Italia una vecchia professione.

Sono stato a Maserada di Piave, dove ho incontrato Federico Tempesta e Michele Girardi, i due fondatori di Kooin, società che ha sviluppato un semplice, ma chiaro modello di business per gestire il cambio da euro a bitcoin.  Giovani concreti poco meno che trentenni, hanno posato il primo mattone del loro sogno nell’ottobre dell’anno scorso e da allora gli affari sono decollati in maniera esponenziale.  “La gente comune viene da noi per cambiare euro in bitcoin”, ha esordito Federico.

E continua: “C’è chi vuole solo speculare comprendo e vendendo criptovalute. Chi invece investe a lungo termine perché ha fiducia in questa nuova moneta candidata a soppiantare le valute classiche per un nuovo e più efficiente mercato”.  Pochi dubbi davanti a questa chiara ma illuminante affermazione che concretizza all’istante cosa propongono e per chi lo fanno. “Non facciamo trading e non siamo nemmeno consulenti finanziari, ma siamo bravi e capaci nel fare la cosa più semplice, ovvero gestire il cambio, che per i bitcoin non è un mestiere semplice”, concordano i due soci.

Con approccio semplice ma deciso mi hanno aiutato a capire come ad oggi le criptovalute abbiano trovato un utilizzo reale nel nostro quotidiano. E’ preciso e concreto Michele, quando afferma infatti che: “Il pagamento con bitcoin ormai è una realtà. Ieri lo si poteva fare solo per acquisti on line, oggi puoi invece pagare con la moneta virtuale anche per esempio in alcune pizzerie della zona”. Sinergicamente allora Federico completa il pensiero del socio: “Quello che facciamo è soddisfare i clienti eseguendo un cambio quando questo è più vantaggioso dando poi supporto su come utilizzare un Wallet, ovvero li salvadanaio elettronico che permette di conservare le monete virtuali”.

Alla fine del nostro incontro, mi hanno fatto cosi entrare nella sala macchine e finalmente ho capito da dove arrivava il rumore assordante di ventola di raffreddamento che sentivo appena entrato: “I computer servono per la cambio di valuta e gestire le transazioni tramite un meccanismo chiamato blockchain, un grosso libro mastro dove vengono registrati tutti i movimenti eseguiti all’interno del circuito mondiale della criptovaluta”.Guardandoli mi dico che ad oggi vedere una divisa da lavoro composta da maglietta e jeans strappati non sconvolge più nessuno, ma se a chi la indossa si associano delle solide competenze tecniche finanziarie, sicuramente si rimarrebbe stupiti.

La brillantezza dell’idea di Kooin sta infatti nella semplicità di un chiaro ma preciso piano di sviluppo definito dai due fondatori che con autorevolezza lavorano su progetti tecnologici rivolti appunto al nuovo mercato della monetica. Personalmente ritengo che il futuro per questo nuovo mercato, che deve comunque confrontarsi con meccanismi e dinamiche classiche consolidate da decenni, per il momento non sia ancora chiaro.

Quello che però è certo è che Federico e Michele, cosi come tanti altri giovani in Italia, stanno iniziando coraggiosamente una partita su un terreno di gioco difficile, dal perimetro non ancora definito dove normative e regolamentazioni non sono ancora consolidate.

Purtroppo non nutro fiducia nella macchina burocratica che come abbiamo visto in altri contesti tecnologici, la lentezza e a volte l’incompetenza nella materia, ha dato come risultante il delimitare in maniera autoritaria l’entusiasmo di chi con coraggio sta cercando di risollevare la situazione, rimettendo in moto un economia, che nel nostro paese ristagna su modelli monopolistici e ormai obsoleti.

Pubblicato il 21 maggio 2018 su OggiTreviso.

 

Ecco come Amazon ci sta portando via quel che resta della nostra intimità

Se un corriere ci chiedesse le chiavi per aprire la porta di casa nostra al fine di terminare una consegna, con quasi totale probabilità gliele negheremmo, ma se lo stesso si presentasse il giorno dopo a nome di Amazon, penso, con molta franchezza, che saremmo più possibilisti.

Non voglio entrare qui nel merito di chi sia in realtà questo potenziale monopolista del mercato della distribuzione e nemmeno voglio annoiare il lettore su come ad oggi questo colosso gestisca la propria rete dagli utili milionari, alimentando un modello organizzativo interno a dir poco coercitivo, dove i collaboratori sono trattati come degli automi più che come organismi viventi titolari di diritti.

Al contrario vorrei invece focalizzare l’attenzione su come si stia ridisegnando il passaggio finale del processo di vendita, ovvero la consegna del pacco e come noi inconsciamente ci stimo sacrificando (più del solito) al fine di poter garantirne l’attuazione tramite un nuovo servizio, chiamato Amazon Key.

La novità di questo modello, sta infatti nella garanzia del recapito, anche in nostra assenza dando la possibilità al corriere di entrare direttamente in casa nostra, chiedendo a noi sostanzialmente di investire su due cose: l’installazione di una Webcam per controllare “l’estraneo” che ci entra in casa e la sostituzione della serratura con una nuova, progettata per essere controllata direttamente dal personale Amazon, che aprirà la porta all’atto della consegna.

Si potrebbero fare mille riflessioni e se anche per certi aspetti la cosa potrebbe sembrare accettabile, mediante rapporti contrattuali, assicurazioni, garanzie sulla riservatezza e altri banali e finti accorgimenti (per esempio bussare prima alla porta), a mio avvio c’è comunque un aspetto che mi ha fatto riflettere e che ho già sottolineato inizialmente con una parola, ovvero il doverci sacrificare.

Fino ad oggi abbiamo deciso di adottare una tecnologia o ci siamo “adattati” ad un nuovo modo di vivere certi aspetti della nostra vita semplicemente perché lo volevamo, ma comunque, senza che dall’altra parte ci venisse chiesto di sacrificare un qualcosa di intimo per assecondare lo sviluppo di una nuova tendenza.

Partendo dall’idea che la nostra casa ci appartenga, e che questa rifletta chi siamo, delineando in una certa misura la nostra intimità, mi risulta incredibile pensare di poter garantirne l’accesso in mia assenza ad un completo sconosciuto solo per avere la consegna di un oggetto comprato magari un’ora prima; perché è questo che Amazon ci sta chiedendo.

Accettare di utilizzare questo servizio, implica in altri termini il consegnare con le chiavi, un altro pezzo di noi stessi all’ennesima multinazionale e di accettare il fatto che questa possa entrare nella nostra quotidianità, tra gli oggetti che ci appartengono nel mondo reale e che emotivamente sono parte di noi.

Magari qualche scettico potrà dire che una cosa del genere, difficilmente prenderà piede e a maggior ragione nel nostro paese, ma io credo che invece anche in questo caso sarà semplicemente questione di tempo. Amazon cosi come gli altri giganti hanno definito una strategia a lungo termine fatta di piccoli e grandi passi che delineano però un progetto ben preciso.

Dietro la semplicità di questo modello chiamato Amazon Key, si annida un complesso disegno strategico atto superficialmente a rendere più efficienti i processi di distribuzione dei beni da noi acquistati, ma che presto porterà ad uno scenario dove i droni sostituiranno i corrieri di oggi e le nostre dimore ad essere talmente “intelligenti” da concordare la consegna, aprendo la porta per accogliere direttamente nel salotto il pacco ordinato poco prima dall’ufficio.

Non riesco ancora a comprendere il motivo con cui continuiamo ad alimentare con la nostra sempre più maggior fiducia questi colossi che in maniera poco “cortese” vogliono addentrarsi all’interno delle nostre vite.A tal riguardo forse un giorno finalmente troverò tempo e spazio per sviluppare questo quesito che da tempo immemore padroneggia tra i mille misteri a cui non ho ancora dato una corretta risposta, ma per ora voglio partire dal concreto.

Siamo di fronte ad uno scenario senza precedenti dove noi consumatori “digitali” stiamo dando il consenso ad oltrepassare la linea che demarca quel poco di intimità che ci resta, con un mondo sempre più sotto controllo da multinazionali che per certi versi, e a volte con sfrontatezza, pretendono la titolarità nel ridisegnare il futuro dell’essere umano secondo una logica monopolistica finalizzata ad un puro gioco per il controllo globale.

Pubblicato il 24 Aprile 2018 su OggiTreviso.

Eh si,siamo nel 1984

Abbiamo imparato in queste settimane come i dati siano i beni maggiormente barattati all’interno della nuova economia digitale.

Anni fa alcuni avevano creduto alla possibilità di costruire un modello di business sulla gestione del patrimonio informativo globale, posando i primi mattoni per un sistema complesso volto ad un controllo totalizzante dei dati, tramite le piattaforme sociali.

Oggi invece ci svegliamo scoprendo che i pionieri di allora sono diventati i grandi Player del nuovo mercato e con loro abbiamo aperto (almeno si spera) gli occhi ad una realtà rimasta nascosta per molto tempo, che ha insegnato al grande pubblico, il significato di termini come “Big Data”.

Non mi stancherò mai di dire come l’utente finale abbia avuto un ruolo importante all’interno dello scandalo che ha travolto Facebook Inc, ma altri complici con altrettanta responsabilità si celano tra gli ingranaggi di questo complesso meccanismo: i nostri governi.

Di fatto le istituzioni governative si sono sempre dimostrate lente ad accorgersi dei cambiamenti che le Digital Company hanno portano in maniera esplosiva all’interno della società, mancando di conseguenza di necessarie prese di posizione puntuali e questo per due motivi: il primo dovuto all’incompetenza culturale, di chi doveva regolamentare i meccanismi alla base dei modelli e servizi sempre nuovi, il secondo è ovviamente l’inerzia e la complessità della macchina burocratica cha avrebbe avuto il compito di ufficializzare le direttive.

Di riflesso abbiamo visto come poi le autority siano arrivate tardi, quando il danno era ormai fatto, rincorrendo e promuovendo a posteriori regolamentazioni giuridiche già obsolete sul nascere, il tutto poi concretizzato da soluzioni inefficienti, posticce e spesso goffe.

La risultante è che paradossalmente dalla nascita della ormai defunta New Economy, abbiamo assistito in maniera passiva ad un ribaltamento dei ruoli, che ha portato le Digital Company a dettare ad oggi le nuove regole socio-culturali e alla definizione di normative “dedicate”, abbattendo inconfutabilmente i confini di stato e mettendo spesso in crisi i governi che ora scendono a patti o peggio ancora sfruttano come abbiamo visto, gli aspetti opportunistici di queste logiche.

E’ questa la distorsione celata dietro la parola “Privacy”, escamotage per uscire in maniera pulita dalla tendenza di questo ribaltamento.

Anche se ora l’Europa garantisce di irrobustire il modello di gestione delle informazioni con la nuova versione della normativa che andrà vigore il prossimo 25 Maggio, fino adesso questo termine altisonante, sponsorizzato con grande onore dal nostri governi, ci ha dato solo l’illusione che potessimo salvaguardare la nostra riservatezza, sparandoci fumo negli occhi e disorientandoci rispetto alla verità dei fatti.

La cosa paradossale che dovrebbe far riflettere, è che eravamo capaci di discutere animatamente con uno straniero in spiaggia, se questo scattando una foto involontariamente ci avesse colto sullo sfondo, con la stessa facilità con qui divulgavamo volontariamente pillole del nostro quotidiano nelle reti sociali fidandoci solo per aver premuto all’atto della sottoscrizione il tasto: “Accetta le condizioni”.

La verità però è che continuiamo ad assistere in maniera spesso passiva alla sempre più costate ascesa della tecnologia nei più diversi ambiti della vita di ogni giorno, restando a guardare dall’altro ciglio della strada le istituzioni rincorrere i visionari che mettendo sui binari un idea, in poco tempo fanno deflagrare come una bomba, pezzi di una società vecchia, ridisegnando e globalizzando nuove dinamiche socio-culturali.

Non ci accorgiamo che le nuove generazioni sono sempre meno interessate alle questioni politico-sociali e parallelamente sempre più scollate dal mondo reale, partecipando al contrario all’affermazione di una società trasversale che potremo definire con il termine “Digital Democracy” (anche se apparente), che accelera però inevitabilmente il processo di invecchiamento delle istituzioni “reali”.

Per concludere, posso affermare che saremo degli ingenui nel non comprendere il disegno nascosto tra i piani industriali delle Digital Company e ancora come le istituzioni governative dipenderanno sempre più da loro.

A me piace fantasticare e quindi se qualcuno mi ponesse una semplice ma chiara domanda, come per esempio: Cosa potrebbe succedere se per una legge speciale ma “dovuta” una società come Google avesse la possibilità di investire i propri capitali al risanamento degli ammanchi nelle casse pubbliche di un paese disastrato?

Potrei rispondere con la stessa semplicità, ovvero che ciò darebbe il via ad una partita di Risiko tra le varie Digital Company, per poi tornare infine tutti al 1984.

Pubblicato il 17 Aprile 2018 su OggiTreviso.

Una pagliuzza nell’occhio del grande fratello

Francamente nei primi giorni dell’ormai famoso scandalo “Datagate” che ha investito Facebook Inc. e la società inglese Cambridge Analytica, ho avuto parecchia difficoltà nel lasciar sedimentare sul fondale della mia mente, i molteplici pensieri che mi stavano affollavano la testa. Quando poi sono riemerso dal mare del mio disorientamento, ho portato a galla con me due riflessioni che hanno assunto maggiore dignità rispetto alle altre.
La prima è legata al concetto di reputazione e alla capacità “manageriale” di gestire una Big Company quotata, la seconda si rifà invece in maniera più profonda all’identità e allo spirito di critica di chi fruisce del servizio offerto.
Partendo da una personale convinzione, che il CEO di una azienda i cui ricavi dell’ultimo anno sono stati di circa 3.57 miliardi di dollari possa avere alle proprie spalle una pletora di legali cosi come uno staff dedicato nel curare l’immagine pubblica, sono rimasto comunque perplesso da come l’amministratore delegato di FB Mark Zuckerberg, abbia rotto un lungo periodo di silenzio sulla questione, con un semplice post pubblicato sul proprio profilo:

«[…] Abbiamo fatto degli errori […] Abbiamo la responsabilità di proteggere i tuoi dati, e se non ci riusciamo, non meritiamo di servirti. Ho lavorato per capire esattamente cos’è successo e come fare in modo che non succeda di nuovo. Ma abbiamo anche commesso degli errori, c’è altro da fare e dobbiamo farlo. […]».

Confesso che leggendo queste parole ho provato inizialmente un sentimento di tenerezza, che però ha dato subito spazio ad una crescente paura, dandomi la motivazione nel descrivere alcune osservazioni da “uomo della strada”.

        Non si può non provare infatti della tenerezza per un ragazzotto che scrive al mondo intero liquidando chi lo osserva, con lo spirito di un adolescente tra i banchi di scuola, mentre sogna di baciare la bella della classe. E non si può poi non considerare invece la paura che ci nasce dentro, pensando che a lui abbiamo “regalato” le nostre relazioni, le nostre informazioni personali, i nostri sentimenti e quindi la nostra dignità.
Così, facendo l’esercizio di interpretare le parole di Zuckerberg, ho delineato due scenari percorribili, distinti e contrastanti.

Il primo vede il CEO della più grande piattaforma social, consapevole di quello che stava succedendo e quindi complice di questo scandalo a tiratura planetaria. Il secondo al contrario, la completa estraneità dei fatti in quanto non informato su quanto stava accadendo all’ interno della propria società.

Nel primo caso non mi preoccuperei troppo, perché il tutto si potrebbe risolvere con delle ripercussioni giudiziarie nei confronti dell’azienda.
Ora come non mai la fragilità dei mercati tecnologici è così palpabile. Il giorno dopo lo scandalo il titolo in questione è sceso del 6,7%, bruciando ad oggi in un battito di ciglia, un volume di circa 75 miliardi di dollari di capitalizzazione (Sole 24Ore) portando a picco inoltre altri medesimi titoli tecnologici. D’altro canto è vero anche, che queste tipologie di aziende hanno le spalle larghe e probabilmente tutto si potrà risolvere con una maxi multa a valle di una Class Action, dando un po’ di fastidio al gigante blu per un periodo medio lungo.
Quello che però mi fa maggiormente riflettere è il secondo scenario, ovvero la possibile totale inconsapevolezza di quello che stava accadendo. Questo a mio avviso è ancora più preoccupante, perché proverebbe una mancanza di governo su uno dei più grandi patrimoni informativi del genere umano.

      Ciò darebbe adito a pensare che non esistano processi aziendali corretti, organi di vigilanza garanti della sicurezza del dato, analisti che verificano la bontà del codice applicativo pubblicato, corretti flussi e modelli di reporting. Il tutto forse legato in maniera trasversale da strumenti di collaborazione e comunicazione inefficienti o forse completamente assenti (è il caso di dire che a casa dell’idraulico i lavandini perdono acqua).
Un azienda il cui volume di affari nasce dalla gestione etica di un patrimonio informativo, deve essere continuamente sotto la lente d’ingrandimento dei così detti Organi Competenti di Vigilanza che dovrebbero verificare sul dato stesso la garanzia della riservatezza, dell’integrità e dalla sicurezza nell’ accesso diretto. Da qui allora nasce la seconda riflessione, ovvero che forse alla base manca da parte di chi usufruisce del servizio, uno spirito di critica come risultante di un sano e corretto ragionamento su ciò che potrebbe succedere sottoscrivendo un nuovo account.

      Ho già avuto modo in altri miei lavori di descrivere come la popolazione “internauta” sia stata organizzata dagli esperti di settore, per tipologie di utenza in base all’anno di nascita. Tra questi esperti c’è l’antropologo Brian Solis che posizionando agli antipodi la Generazione X (nati tra il 1965 ei il 1980) e quella definita come Generazione Z (nati dopo il 2000), ne identifica i cromosomi che ne formano il rispettivo DNA. Da qui emerge che diversamente dai i “vecchi”, gli appartenenti all’ultima generazione prediligono più che l’accuratezza, la velocità di accesso al dato stesso che avviene in maniera completamente interconnessa e in multi modalità attraverso più dispositivi.

       I primi sono consapevoli dei rischi della rete, perché provengono da un mondo reale con cui mantengono comunque un contatto e perché conservano ancora una sana diffidenza nelle tecnologie. Al contrario, i secondi identificano il proprio “IO” nel cyberspazio con una trasposizione quasi totale. Questo implica la «necessità estrema di essere» nelle reti sociali, al costo di doversi sacrificare inconsapevolmente ai meccanismi e alle logiche che stanno alla base di queste piattaforme. In altri termini: «Io pongo inconsciamente fiducia indiscussa, in quanto faccio parte del sistema».

      Assistiamo allora ad una totale scomparsa del ragionamento, dell’analisi e quindi della critica, che dovrebbe invece guidare alla riflessione non tanto su quanto sta succedendo, ormai cosa nota, ma invece su quanto potrà ancora accadere in futuro. Personalmente non credo che questa onda d’urto provocherà chi sa quali danni. Ho il sentore invece che presto tutto sarà messo a tacere, magari con la maxi multa di cui si discuteva prima, ma comunque sia non se ne parlerà più fra un po’ di tempo.

       E’ una sensazione che ho provato in altre occasioni, e durante altri scandali. Mi viene in mente per esempio quello legato alle batterie degradate dell’iPhone. Anche in quel caso abbiamo assistito alle scuse ufficiali dalla casa madre, che ha ovviamente negato la possibilità di una volontaria manomissione dei dispositivi. Ammetto che l’impatto è stato diverso e che per pigrizia non sono più andato a verificare l’andamento del titolo o analizzare il bilancio dell’ultimo trimestre di Apple, ma posso supporre comunque con serena tranquillità, che il CEO Tim Cook ad oggi dorma serenamente (ammesso che abbia mai perso il sonno).

      Quello che voglio dire, è che comunque si concluda questa storia, gli utenti dovrebbero percepire una sensazione di vulnerabilità davanti a scandali come questo e logiche di mercato dai ricavi miliardari che sfruttano i cervelli distribuiti, illudendoli prima e soggiogandoli poi. In conclusione ritengo che alla fine, dopo che la bolla si sarà sgonfiata (e lo farà) tutto tornerà nella normalità di ogni giorno.

     La storia insegna che queste cose sono cicliche e con molta probabilità un ormai dinosauro come Facebook presto o tardi si estinguerà, sicuramente non in rovina per uno scandalo, ma piuttosto per un cambio generazionale che porterà gli utenti di domani ad essere comunque nuovamente “automi schiavi” di un altro grande fratello che ripercorrerà lo stesso copione affinando solamente la tecnica di adescamento.

Pubblicato il 31 Marzo 2018 sulla Tribuna di Treviso

Youtuber professione o illusione di massa?

Negli anni ho avuto a che fare con molti gruppi di adolescenti all’interno di diversi contesti educativi, e quindi ho avuto spesso l’occasione di confrontarmi con loro su svariati temi legati alla cultura ed all’integrazione nella società. Ho visto parecchie tendenze affermarsi tra ragazzi poco più che sedicenni: mode passeggere o veri e propri stili di vita, caratterizzati da valori difficilmente condivisibili, ma allo stesso tempo affascinanti.
La mia curiosità, accompagnata dallo spirito critico dell’educatore, ultimamente si è focalizzata sul fenomeno di costume che al momento sta dilagando tra i giovanissimi: l’idea di intraprendere una carriera da “Youtuber”. Per dirla semplicemente, stiamo parlando della possibilità di diventare famosi ed avere un ritorno economico, tanto rapido quanto cospicuo, mediante la pubblicazione di materiale video autoprodotto e condiviso sulla piattaforma digitale YouTube.
Quando ero adolescente, uno dei sogni giovanili maggiormente ricorrenti era quello di raggiungere la fama nel mondo della musica con una propria band, ora invece il più diffuso è quello di ottenere visibilità globale grazie alle piattaforme sociali (Social Network) di Internet. Sono sogni giovanili che generano in alcuni adolescenti una caparbietà ed una convinzione talmente forti da portarli ad abbandonare addirittura il proprio percorso scolastico.
Mi sono chiesto che cosa ci sia dietro questa “scorciatoia” così invitante per il successo ed il denaro. La sempre maggiore accettazione di questo fenomeno, anche da parte di persone non propriamente giovanissime, mi ha convito a fare un’analisi. È davvero alla portata di tutti la possibilità di un guadagno facile con YouTube? O tutto questo è semplicemente l’ennesimo espediente per sfruttare “folle di cervelli inconsapevoli” per a fini puramente consumistici, messo in atto dai grandi protagonisti del mercato digitale?
Inizio con una breve premessa. Nell’arco di un decennio noi tutti siamo stati catalogati come appartenenti ad una “Generazione digitale”, secondo un freddo, artificiale ordinamento, basato sui criteri di accesso alle tecnologie. Rientro personalmente in quella che chiamano “Generazione X”, e assieme a me ne fanno parte tutti quelli nati tra il 1965 e il 1980: si tratta di coloro che hanno visto la nascita dell’home computer ed hanno vissuto il passaggio tra la “old” e la “new” economy. Gli appartenenti alla “Generazione Y” sono nati tra il 1981 e il 2000, e hanno vissuto il cambiamento socio-culturale portato da Internet, la rete globale. Ne esiste ora una terza, chiamata “Generazione Z”, di cui fanno parte i nati dopo l’anno 2000: si tratta dei “Millennials”, ovvero di coloro che vengono considerati i veri e propri nativi digitali. Il 96% degli appartenenti a quest’ultima categoria possiede almeno un profilo su un Social Network.
Quest’ultimo dato in particolare conduce a riflettere su come l’umanità stia vivendo un nuovo rapporto con la tecnologia, che si manifesta principalmente nella trasposizione del proprio io “reale” in uno, chiamato “avatar” da alcuni, che vive nel mondo virtuale. Questa evoluzione sta attirando ormai da parecchio tempo l’attenzione di sociologi, psicologie e antropologi impegnandoli in approfondite ricerche e rigorosi studi, atti a redigere la più svariata narrativa, su una delle più grandi trasformazioni socio-culturale che il genere umano abbia mai vissuto. È infatti palese che i Social Network abbiano trasformato per sempre il nostro modo di vivere e percepire la realtà, creando un’integrazione apparentemente imprescindibile dei nostri legami e necessità reali con quelli che esistono nel cyber-spazio.
Tra tutte piattaforme sociali, a mio parere YouTube è quella che merita più attenzione, anche per la sua particolare genesi. Non credo che in questa sede serva chiarire cosa sia YouTube e ricordare la folgorante ascesa che l’ha portata ad essere la più grande piattaforma di condivisione di materiale video al mondo. Vorrei tuttavia riportare alcuni numeri, a mio avviso particolarmente significativi. Dal 2005, anno della pubblicazione del primo video ad oggi, la piattaforma è arrivata a contare quasi un miliardo di utenti attivi (che partecipano cioè giudicando o caricando contenuti sulla piattaforma), un miliardo e mezzo di visualizzazioni al mese e una media di ottantamila caricamenti giornalieri. Se scendiamo nel dettaglio di casa nostra le cifre sono ancora una volta sorprendenti: in Italia ci sono infatti circa ventisette milioni di profili attivi, di cui il 70% appartiene ad utenti che hanno tra i 13 e i 16 anni.
Questi volumi posso dare a grandi linee l’idea della potenza di fuoco di questo network in termini di diffusione mediatica, e relativa propaganda, tra i giovanissimi di oggi, ovvero gli adulti di domani. La vera grande trasformazione è avvenuta però nel 2006, dopo l’acquisizione della piattaforma da parte di Google. Il colosso informatico, famoso per il proprio motore di ricerca, ha intrapreso mediante quel primo passo un percorso di grande trasformazione del mercato dei media e della pubblicità, grazie ad una visione strategica che ha reso YouTube, prima semplice piattaforma di divulgazione di materiale video, un vero e proprio network televisivo globale.
Ad oggi YouTube ha espanso la propria rete di affari introducendo sul mercato digitale vari servizi, tra cui quello di streaming on demand, analogo a quello offerto da Netflix e Amazon, ma lo “zoccolo duro” resta comunque la mastodontica offerta dei contenuti autoprodotti dal popolo degli Youtuber, vera benzina per il motore di questa macchina dal fatturato miliardario.
Si può dire quindi che è nato un “antagonista digitale”, come già era accaduto per altre tecnologie del passato, in cui alcune caratteristiche si differenziano da quelle del progenitore: nel caso di YouTube il confronto va fatto con il sistema televisivo classico, in realtà un ecosistema di contenuti e pubblicità. Il modello digitale ha travolto le dinamiche che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni, senza ereditarne le caratteristiche maggiormente conservatrici.
Dove prima infatti esistevano regole rigide, dettate dal cosiddetto “Star System”, per la produzione dei contenuti artistici e l’ingaggio dei protagonisti, che non permettevano nessuna interazione (nel senso del contributo e del riscontro diretto) con il pubblico, ora troviamo uno scenario in cui la possibilità di accesso al sistema di distribuzione è libera e dove tutti possono interagire tra di loro.
Se prima la possibilità di produrre materiale era riservata a pochi, per non parlare della selezione (detto anche filtro sui contenuti) che avveniva a monte della trasmissione, ora esiste la completa libertà di espressione. Infine, se prima mastodontiche logiche commerciali influenzavano direttamente il mercato consentendo una retribuzione prefissata ai produttori e al casting, ora la possibilità di offrire materiale autoprodotto crea una logica retributiva per così dire meritocratica (anche se vedremo che questo è vero solo in parte).
Quanto detto consente di affrontare due domande, solo apparentemente semplici, che questa breve analisi impone: quali sono i cardini su cui gira questa giostra, tanto formidabili da permettere un’ascesa così iperbolica dei suoi ricavi? Che cambiamenti socio-culturali ha portato questo nuovo mezzo di divulgazione all’interno della società odierna?
Partiamo dall’accesso libero alla diffusione e l’interazione diretta con chi produce i contenuti, aspetti entrambi fondamentali di distinzione rispetto al sistema classico. Prima era pressoché impossibile avere un contatto diretto con i protagonisti delle produzioni TV, meno che mai si poteva accedere ai palinsesti; sulla piattaforma digitale quest’ultima cosa è fattibile, ed inoltre, essendo YouTube un vero e proprio Social Network, l’interazione diventa fondamentale, in quanto propulsiva della logica dei consensi che ne garantisce l’autoconsistenza; chiunque può crearsi un account e accedere alla piattaforma, per essere direttamente protagonista e promuovere quindi del materiale autoprodotto, in totale libertà di espressione.
YouTube è entrato con una certa prepotenza nella società e, come un bomba che deflagra, ha disintegrato alcune cose, come la proprietà intellettuale, ma ha anche fatto posto ad altre, come la nuova “anarchia mediatica”, che consente a qualunque individuo al mondo di promuovere un proprio messaggio a diffusione planetaria. La completa mancanza di controllo di quanto viene proposto (parlo ovviamente di materiale concorde ai termini di legge) va ovviamente a discapito della qualità della produzione stessa.
Nel vasto panorama degli opinionisti ed intellettuali di oggi, il dibattito è sempre acceso su questo tema. Umberto Eco per esempio, circa due anni fa nel corso della cerimonia di attribuzione di una laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei Media, ha affermato apertamente che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar, dopo un bicchiere di vino senza però danneggiare la collettività che mi metteva subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Al contrario però, si può osservare che l’imposizione di un filtro sui contenuti andrebbe contro i principi che stanno alla base della base della grande rete, tra cui l’uguaglianza dei diritti di espressione.
A mio avviso il terzo cromosoma che, insieme ad accesso libero, interazione globale e libertà di espressione, concorre a caratterizzare questo “organismo” mediatico, è il feedback, ovvero il meccanismo retroattivo dei consensi. Ed è proprio attraverso quest’ultimo che lo Youtuber si esprime maggiormente. Se volessimo partire da un concetto primordiale, potremmo considerare la domanda più intima, e allo stesso tempo più chiara e semplice, che ognuno di noi si fa inconsciamente prima di qualunque azione: “Qual è il guadagno che deriverò da quello che sto facendo?”.
Ad una prima analisi questo tipo di quesito potrebbe sembrare banale, mentre in verità nasconde un collegamento con un bisogno primario per ognuno di noi: avere un ritorno in termini di consensi, e quindi di approvazione altrui (credo che l’aspetto economico arrivi dopo), per ogni nostro atto. In altre parole, la ricerca innata di quello che oggi è conosciuto come “Like”. Se prima, nella televisione classica, lo share di ascolto era l’indice che determinava il livello di successo di un’ “opera”, ora invece questo è basato non solo sul numero di visualizzazioni, ma anche sul numero di “Like” accordati.
Questi determinano il vero punteggio in termini di gradimento (tra l’altro questo valore è del tutto attendibile, al contrario dello share, che rappresenta solo una stima). Questo nuovo concetto di metrica si fonda su un complesso modello che, essendo inevitabilmente correlato ad una logica di ritorno economico, non può garantire integralmente quanto promette in termini di redistribuzione meritocratica della remunerazione.
Nel sistema classico, più alto è lo share, maggiori sono gli introiti dovuti alle pubblicità; in quello digitale, grazie appunto alla strategia di Google, maggiori sono visualizzazioni e Like, maggiori sono i ritorni di messaggi pubblicitari e banner introdotti nei video. Ciò comporta un’inversione della logica che sostiene la produzione di contenuti. Nel modello classico, chi produce del materiale investe su un protagonista piuttosto che su un altro (non entro nel merito dei costi vivi dell’emittente); nel nuovo modello una possibile remunerazione avviene solo dopo la pubblicazione del materiale, purché ovviamente riesca a catturare l’attenzione degli sponsor.
Quest’ultimo aspetto sembra banale, ma in realtà costituisce l’asse su cui gira tutta questa giostra dai fatturati miliardari, che sempre più promuove all’interno della società l’illusione di un guadagno facile alla portata di tutti. Un classico esempio di questo tipo di meccanismi sono le lotterie: chiunque può vincere (il lettore sa che quasi nessuno ci riesce) purché compri un biglietto (ovviamente ad un prezzo non equo, come dimostra il calcolo delle probabilità, altrimenti per chi gestisce la macchina non c’è guadagno).
Ma nel caso di YouTube come avviene la remunerazione? Partiamo dal primo passo, ovvero dall’obbligatorietà di sottoscrizione del programma di partnership con YouTube, cioè con Google: non è altro un “semplice” contratto che l’utente deve sottoscrivere per poter regolarizzare il processo remunerativo, ma dove vengono messi i primi paletti nell’area di manovra di chi vuol proporsi come Youtuber. Secondo quanto riportato dal EULA (End-User License Agreement) reperibile nell’area ufficiale di registrazione il primo vincolo per poter aderire al programma è avere sulla piattaforma già un “canale” che abbia avuto una media di 1.000 “followers” (utenti che lo seguono attivamente) e circa 4.000 ore di visualizzazione negli ultimi dodici mesi; il secondo è che la pubblicazione di nuovo materiale avvenga con una frequenza prestabilita: minimo un video a settimana.
Questi volumi a mio avviso sono già di per sé sfidanti, e necessitano di una grande dedizione in termini di investimento di risorse personali. Occorre ovviamente avere del talento per essere competitivi (ricordiamo i dati citati inizialmente) con i contenuti proposti, i quali debbono comunque sottostare a rigide linee-guida contrattuali: ad esempio, non devono violare le norme sul copyright e devono essere moralmente accettabili, nel rispetto dell’individuo e della collettività.
Gli algoritmi di Google vagliano infatti a tal fine quanto viene proposto dall’aspirante Youtuber, prima di consentirne o meno l’accesso al livello successivo, dove entrano in gioco gli sponsor. Se l’autore procede nell’iter, viene attivato il processo più importante, ovvero l’inserzione pubblicitaria; anche qui la piattaforma detta le regole del gioco.
Il meccanismo che regola il ritorno economico non risulta essere particolarmente chiaro, nemmeno attraverso la documentazione ufficiale della piattaforma e questo mi ha portato a fare parecchie verifiche prima di provare a definire la formula per gli incassi. La cosa certa è che comunque tale meccanismo si basa sul concetto di Costo Per Mille impressioni (CPM): questo indice non è altro che il corrispettivo economico che gli sponsor versano alla piattaforma (sottolineo alla piattaforma, non all’utente) ogni mille visualizzazione del loro spot nei video del canale.
Il CPM può inoltre variare da paese a paese, in base a dei specifici razionali che ne determinano il valore istantaneo (domanda-offerta, investimenti da parte degli sponsor, ecc.). In Italia per esempio secondo SocialBlade, piattaforma leader per le analisi statistiche sui Social Network, in questo periodo il valore oscilla tra 0,5€ a 2€.
Diversamente da quanto si pensa però, è importante capire che questo indice definisce un guadagno ogni volta che viene visualizzato per mille volte lo spot nei vari video del canale e non di mille visualizzazioni in generale. In altre parole si parla di “Visualizzazione monetizzabili”. I banner non sono infatti presenti in tutti i video riprodotti; per esempio per un utente-autore di fascia bassa si è intorno al 20% delle visualizzazioni. E’ ovvio che maggiore diventerà la fama dello Youtuber, maggiori saranno le visualizzazioni e di conseguenza la percentuale dei banner che appariranno.

Proviamo quindi a fare un esempio pratico, fissando il valore di CPM a 2€. Con mille visualizzazione sul canale è ovvio che l’incasso sarebbe di appena 2€, ma considerando la percentuale legata all’apparizione degli spot, questo importo si abbassa ulteriormente a circa 1,10€. La cosa tuttavia non è ancora da consideri conclusa, perché Youtube sull’importo generato, trattiene un 45% come revenue. A conti fatti quindi possiamo dire che uno Youtuber novello, incassa circa 0,62€ (ovviamente lordi) per ogni mille spot trasmessi sul proprio canale.
Ma mi chiedo quindi quant’è invece la contropartita per la piattaforma, considerando che nel solo 2017 sono stati guardati una media di cinque miliardi di video al giorno. Secondo i dati dell’ultimo del Fiscal Year reperibile da Alphabet, azienda Holding che gestisce tutte le società di Google, i profitti operativi della piattaforma social sono cresciuti del 15%, ovvero circa 7,7 Miliardi di Dollari. I ricavi sono saliti a un massimo storico di 32 Miliardi da 26 l’anno precedente, superando le stime degli analisti. Inoltre, in un articolo del Washington Post di inizio Febbraio, Ruth Porat, Chief Financial Officer di Alphabet ha affermato che le entrate del business pubblicitario di Google sono cresciute del 21% rispetto all’anno scorso e rappresentano l’84% delle entrate totali di Alphabet.
Alla luce di quanto menzionato e valutando i volumi dichiarati sui ricavi del gigante tecnologico ci si può porre quindi una semplice domanda: qual è il profilo dello Youtuber medio? E come può questo accettare simili condizioni di trattamento? Andiamo allora a capire chi è e cosa in realtà muove un utente attivista di YouTube.
L’esercito degli Youtuber può vedersi come una piramide suddivisa in tre grandi blocchi sovrapposti, rappresentanti delle categorie ed aventi un volume proporzionale al numero di utenti rappresentati: partendo dalla punta, la prima categoria, che chiamerei “Conoscitori”, è sicuramente quella più consapevole e professionale nella creazione del materiale da riprodurre. Un utente che appartiene a questa categoria di solito produce del materiale coerente in tutti i suoi contenuti, così come lo è la platea a cui si rivolge. I video trattano argomenti specifici e sono destinati ad un pubblico mirato, che riflette su quanto proposto con uno spirito di critica costruttiva.
La cosa interessante di questa categoria è che chi produce il materiale conosce bene il sistema e le sue regole. Questi Youtuber considerano infatti la piattaforma solo come un sistema efficiente per divulgare quanto hanno da dire, ed hanno una certa consapevolezza dell’investimento (distinguendolo dal guadagno). Molto spesso la loro fonte di “sussistenza” è nel mondo reale, dove si confrontano tramite relazioni sociali concrete che li aiutano a mantenere una netta separazione tra ciò che è vero e ciò che è invece virtuale.
La categoria che sta nel mezzo è quella che potremmo definire degli “Sperimentatori”: a differenza dei conoscitori, gli utenti di questo gruppo non hanno una piena padronanza del sistema, ma riescono ad utilizzarlo come un mezzo per mettere maggiormente in luce il proprio talento. Se un utente conoscitore molto spesso ha già una sua fonte di guadagno e probabilmente una vita lavorativa e personale già consolidata, lo sperimentatore punta alla creazione di una prospettiva professionale più ampia, “facendosi conoscere” grazie alla rete.
Un esempio è sicuramente quello del cantante Fabio Rovazzi, che, partendo da semplice Youtuber, è riuscito ad emergere dalla massa, promuovendo autonomamente i propri lavori su un suo canale digitale. L’utente “sperimentatore” prospera nella rete, ma riesce a mantenere un netto distacco tra ciò che è reale e ciò che non lo è, conservando, e continuamente alimentando, le proprie relazioni “vere”.
La terza categoria, sicuramente quella che essendo più numerosa costituisce la base della piramide, comprende soggetti definibili con il termine anglosassone di Needy: quelli brutalmente detti i “Bisognosi”. Chi fa parte di questa schiera solitamente non è mosso da una particolare motivazione, non ha un messaggio concreto da diffondere o un obiettivo chiaro per cui promuovere il proprio materiale.
Quello che sta alla base dei suoi contributi è un puro e semplice bisogno di considerazione; diversamente dai livelli precedenti, dove chi è protagonista risulta essere pienamente consapevole dei propri limiti e potenzialità, e utilizza la piattaforma digitale semplicemente come mezzo per promuovere il proprio essere “reale”, più che puntare esclusivamente su di essa per ottenere un ritorno economico, in quest’ultimo strato rientrano tutti gli utenti mossi semplicemente dalla voglia di “appartenere” al sistema.
Questo tipo di utente è infatti quello che si mette dietro ad un obiettivo perché vuol comunicare qualcosa che gli faccia avere un riconoscimento dalla comunità della rete: sente che l’esistenza stessa della sua persona consiste nel far parte del network. Si potrebbe parlare di necessità di comunicazione, ma non sarebbe sufficiente. Questo tipo di individuo non è inserito nel tessuto relazionale della realtà e accede solo al sistema della rete per esprimersi, non avendo il coraggio di farlo nella società in cui vive. Lo spazio virtuale costituisce il punto nevralgico di quell’esistenza, divenendo di fatto imprescindibile per mantenerne in equilibrio i comportamenti.
Non ci si può stupire se l’età dell’utente medio di questa categoria si colloca tra i dodici ed i sedici anni, ovvero nel pieno della fase adolescenziale, quella in cui l’individuo è più vulnerabile. Questi utenti creano la massa critica del generatore digitale di profitto, formando i numeri necessari a generarne gli incassi milionari. Sono loro che portano i maggiori introiti alla piattaforma continuando ad alimentarne il sistema di condivisione.
Non mi posso ritenere un esperto si sociologia ma ho potuto comunque maturare un idea personale a valle di quest’analisi: uno su mille, o forse a questo punto potremmo dire anche uno su un milione, ce la fa ad emergere; gli altri restano prevalentemente spettatori votanti e consumatori di pubblicità, continuando a sperare in un futuro radioso, fatto di considerazione, fama e guadagno facile.
La conclusione che mi sento di esprimere è che siamo davanti ai nuovi “servi della gleba”, ovvero degli ingranaggi umani di una macchina mastodontica ed inarrestabile, protagonista di un futuro produttivo di cui ovviamente saranno gli individui più “deboli” a pagare i costi maggiori. Il meccanismo di generazione del profitto si è evoluto passando dallo sfruttamento fisico, predominante nel passato e tuttora vigente in diverse parti del mondo, a quello psicologico.
Purtroppo, questo nuovo modello globale di fruizione dei contenuti artistici altro non è se non un grande palcoscenico digitale dove una moltitudine di attori sprovveduti si accalca per recitare in cambio di pochi spiccioli, garantendo come consumatori incassi ragguardevoli a chi possiede il teatro. Insomma potrei dire una grande illusione dove le logiche di un vecchio mercato decadono lasciando al loro posto nuovi equilibri e nuove dinamiche, motore di un una nuova economia basata sul virtuale, ovvero sul nulla.

Mamma, trasferiscimi un euro che mi compro un gelato!

Circa una settimana fa, mentre guardavo alcuni volumi in uno scaffale, la mia attenzione è stata attirata da un libro che comprai nel 1995, scritto da Bill Gates e intitolato La strada che porta a domani. In quelle pagine, il fondatore di Microsoft teorizzava come sarebbe stato il futuro di Internet grazie alle nuove tecnologie digitali; mentre lo sfogliavo con un po’ di nostalgia per quell’anno ricco di entusiasmo ed aspettative, ho trovato un capitolo particolarmente interessante, che descriveva il concetto di Wallet PC, ovvero di Pocket PC.

Diceva: «[…] sarete in grado di portare [sempre] con voi il Wallet PC (pocket pc). Il pocket pc visualizzerà messaggi, eventi e permetterà di leggere e inviare email, controllare le previsioni meteo e l’andamento dei titoli in borsa, cercare informazioni e vedere le foto dei propri bambini. […] potrete eseguire dei pagamenti e versare denaro per comprare quello che vi piace».

        Quello che al tempo Gates chiamò Wallet PC non è altro che lo Smartphone di oggi, e tutto quello che aveva immaginato allora è divenuto parte della nostra quotidianità, tuttavia mi ha colpito l’affermazione «[…] potrete eseguire dei pagamenti e versare denaro per comprare quello che vi piace»: a tutta prima ho pensato che a quel tempo Gates stesse immaginando gli attuali servizi di e-Commerce, come quelli offerti da eBay o Amazon, ma poi ci ho riflettuto un po’ su, e mi è venuto in mente che forse l’imprenditore miliardario era andato molto oltre.

Il commercio on-line è diventata una consuetudine, e nel tempo abbiamo imparato a fidarci di piattaforme digitali come Amazon, Wish, Alibaba, tanto da consentire loro di custodire nostri dati personali e numeri di carte di credito; il prossimo, decisivo, passo verso la completa trasformazione digitale del mercato è la transazione monetaria diretta tra utenti. Questo passaggio in realtà è in procinto di compiersi, e darà il via ad una trasformazione dei modelli bancari e dei meccanismi finanziari a cui siamo abituati.

Per capire quali cambiamenti si profilano all’orizzonte, partiamo da una semplice domanda: qual è il ruolo di una banca? Ad oggi, una banca gestisce capitali facendosi garante del loro mantenimento e delle transazioni operate su di essi; in altri termini, gli istituti di credito custodiscono i nostri conti correnti e garantiscono le operazioni che effettuiamo, come bonifici e acquisti con carte di credito o debito. Le commissioni imposte su tutti i movimenti di denaro generano cospicui introiti per le banche: quelli che i tecnici attribuiscono al “comparto della monetica”.

Prendiamo ora in considerazione la possibilità di sostituire le carte con una App per Smartphone e supponiamo che questa consenta di gestire un “salvadanaio digitale”, per eseguire pagamenti negli e-store, fare trading sui mercati finanziari, ed inoltre permetta di “trasferire” del denaro ad un’altra persona che utilizzi la medesima App, o una simile con le stesse funzionalità. Lo scenario appena descritto si tradurrà presto in realtà grazie alla digitalizzazione globale e rappresenterà forse una delle più grandi sfide di sempre per la finanza mondiale, in particolare per le banche.

In Italia il calcio d’inizio è stato dato con il recepimento da parte del Consiglio dei Ministri, il giorno 11 dicembre 2017, della direttiva PSD2 sui servizi di pagamento (Payment Service Directive 2); questa, assieme a regolamenti come Mifid2 e Ifrs2, porterà ad una rivoluzione nell’attuale panorama finanziario. Secondo un’analisi piuttosto recente condotta da PwC (PricewaterhouseCoopers), azienda di consulenza finanziaria e revisione contabile, entro i prossimi cinque anni il settore bancario globale crescerà, in uno scenario conservativo, del 5%, raggiungendo già nel 2020 circa 2400 miliardi di euro di ricavi; gli introiti derivanti dalle transazioni godranno ancora di grande stabilità, non richiedendo significativi investimenti di capitali, e le banche potranno ancora fare affidamento sulla possibilità esclusiva di costruire prodotti d’investimento a partire dalle informazioni patrimoniali dei propri correntisti.

L’introduzione di nuove normative legate alla PSD2 può stravolgere questa previsione, sovvertendo il modello attuale dei ricavi bancari, fondato in larga parte sulle garanzie offerte ai clienti in cambio di commissioni sulle operazioni; stiamo infatti per assistere ad una fase evolutiva che creerà nuove e più flessibili dinamiche economiche, e quindi molteplici opportunità di business, soprattutto per dei nuovi soggetti: i Provider Tecnologici, chiamati già comunemente Fintech. In particolare, la PSD2 interviene su tre servizi-chiave, riformulando la sintassi che regola il sistema delle transazioni.

Il primo, chiamato PISP (Payment Initiation Service Provider), permette di delegare a terzi (Provider) la gestione di una transazione tra due conti correnti qualsiasi; grazie a questo servizio, è possibile per una App fungere da salvadanaio (Wallet), sia gestendo il “credito locale” del dispositivo in cui è installata, sia un vero e proprio conto corrente, effettuando addebiti e accrediti. Con un tale strumento si può mantenere un fondo “on-line” ad una quota fissa, per esempio di mille euro, riversando automaticamente su un conto ogni eccedenza.

Ma come si può verificare che vi sia un’eccedenza? Basta che un altro utente faccia un trasferimento nella Wallet App. Le banche dovranno quindi rendere disponibili dei moduli software “open”, chiamati API (Application Programming Interface), al fine di poter integrare i propri sistemi con le App sviluppate dai Provider. Una volta che questo meccanismo avrà preso piede (e lo farà), non saranno più gli istituti di credito a dover operare come garanti delle transazioni sui propri conti, bensì i Provider.

Il secondo servizio, chiamato AISP (Account Information Service Provider), permette di presentare nella stessa App una vista d’insieme della situazione finanziaria, un’analisi delle abitudini di spesa, una stima delle future esigenze, e molto altro, accedendo a tutti i conti correnti di cui l’utente è titolare. Quest’ultimo aspetto in particolare rappresenta un elemento rivoluzionario, perché obbligherà le banche a fornire al Provider, previo consenso dei clienti, dati su fondi e transazioni, come ad esempio la lista di tutti i movimenti effettuati su un conto corrente.

Il terzo servizio, chiamato CISP (Card Issuer Service Provider), riguarda più da vicino chi vende, consentendo tra l’altro di richiedere a un Provider una verifica della disponibilità finanziaria dell’acquirente prima di concludere una transazione.

Poiché i Provider saranno i protagonisti degli scambi monetari dei prossimi anni, sorge spontanea una domanda: le banche sono destinate a sparire? Con ogni probabilità no, ma gli istituti di credito dovranno rivedere i propri modelli di business e definire strategie innovative per poter competere, o addirittura collaborare, con questi nuovi soggetti. Il modello di sviluppo delle banche tradizionali, consolidatosi negli ultimi trent’anni, di fatto si basa sulla realizzazione di un sistema chiuso, ovvero sul controllo esclusivo dell’intera catena del valore degli asset (fondi, titoli, beni) gestiti.

In un contesto di rapida evoluzione come quello attuale, tale modello si rivela sempre meno adatto, sia in termini di sostenibilità industriale sia di adeguamento all’evoluzione normativa; l’eventuale inerzia nel mantenere il completo monopolio del patrimonio informativo della propria clientela non consentirà di trarre profitto dai nuovi servizi abilitati dalla Digital Transformation.

In questo nuovo panorama, detto Open Banking, solo i Provider in grado di far convergere competenze finanziarie e tecnologiche, nonché di realizzare consistenti economie di scala pur garantendo il livello di trasparenza prescritto dalla normativa e preteso dal mercato, potranno ottenere profitti da grandi moli di transazioni semplici e veloci. A breve, lo stipendio mensile sarà accreditato direttamente dal Wallet del datore di lavoro a quello del dipendente, si potrà acquistare un paio di scarpe trasferendo l’importo dal salvadanaio digitale dell’acquirente a quello del venditore, e magari la paghetta mensile di un figlio adolescente arriverà nel suo salvadanaio digitale direttamente dal Wallet di un genitore, dopo un semplice “tap” sullo schermo di uno smartphone.

In vista di questo scenario, le banche devono definire una strategia di trasformazione su due piani: competitività e collaborazione. Essere competitivi implica un significativo stanziamento di fondi per una totale ristrutturazione del core business, al fine di raggiungere flessibilità e time-to-market di livello paragonabile a quello delle piattaforme digitali native; la collaborazione con i Provider, a fronte di investimenti contenuti, può assicurare ricavi alternativi, legati allo sfruttamento delle informazioni comportamentali della clientela a vantaggio della consulenza strategica e di quella finanziaria in genere (si pensi all’ambito del marketing o a quello assicurativo).

Tuttavia, come disse Amleto nella prima scena del terzo atto, “qui c’è l’intoppo”: la collaborazione tra banche e Fintech potrà sussistere solo finché queste ultime non raggiungeranno un livello di solidità patrimoniale conforme alle normative internazionali.    Negli Stati Uniti le più popolari Digital Company, tra cui Google, Amazon, Facebook, Apple, stanno facendo le prime mosse per entrare nel mercato del credito e delle transazioni; nel Marketplace, per esempio, Amazon e Alibaba offrono capitali in prestito a clienti-venditori di cui determinano il profilo di rischio proprio attraverso i servizi AISP.

Non è improbabile, quindi, che presto ad un acquirente, oltre al fast check out con carta di credito, sarà consentito di concludere un acquisto utilizzando il proprio Wallet collegato ad conto corrente gestito direttamente da Amazon. In conclusione mi sento di dire che il futuro delle logiche di marcato si giocherà ora, a valle delle prime mosse su un campo di gioco non ancora ben definito. Quello che è certo però, almeno dal mio modesto parare, è che sicuramente assisteremo ad una nuova presa di posizione da parte delle ormai note Digital Company, ancora un volta a confronto per un testa a testa su un nuovo possibile monopolio di mercato.

“…mamma, trasferiscimi un euro che mi compro un gelato”.

“…mi dispiace tesoro ma niente gelato. Non ho rete!”