Perchè essere nella testa di Nadella?

Volendo evitare di perdere tempo nel dare visibilità ad OpenAI come azienda “no-profit” fondata da Musk Sam Altam (assieme ad altri papaveri dei salotti buoni) avente per obiettivo “regalare all’umanità un futuro eticamente e politicamente corretto”, e sorvolando sul fatto che ormai gli studenti delle scuole medie si fanno scrivere il tema sulla Rivoluzione francese da ChatGPT, vorrei focalizzare l’attenzione su un fatto più importante:

Perché Microsoft ha finanziato questo progetto qualche giorno fa, staccando un assegno di 10 miliardi di dollari, in coda ad un altro miliardino già elargito in sordina già nel 2019?

Se questa mossa l’avesse fatta l’amico Steve Ballmer, che quando fu AD del colosso di Richmond comprò con lo sconto della fallimentare manovra “NOKIA” un sommergibile per uso personale, sicuramente avrei sorriso con molta tenerezza, ma qui non si gioca, perché è tutta un’altra storia e la visione del futuro da parte di chi ha salvato Microsoft è unica nel suo genere.

Se c’è un uomo che mi ispira fiducia nel panorama tecnologico, quello è sicuramente l’indiano stempiato dal sorriso buono: Nadella non è uno sprovveduto, anzi, ha una strategia chiara in testa, e con l’operazione OpenAI, una parte di questa Big-Picture adesso potrebbe risultare altrettanto chiara per l’uomo della strada.

Ma facciamo il punto: a fine 2021 nel panorama IaaS cloud, Microsoft ha chiuso con un 21% di Market Share, staccata di circa 40 punti da AWS, attualmente leader con revenue di 35 miliardi di dollari.

Tralasciando poi il cinese Alibaba con 9,5, ma restando in casa dello zio Sam, troviamo Google, che tra gli ultimi posti chiude con un misero 7% (Gartner).

La situazione poi si ribalta se guardiamo il panorama dei Search Engine, dove troviamo Alphabet Inc. che alla fine del ‘22 si porta a casa l’80% di mercato, a dispetto di Bing, che chiude con un triste 9%.

Certo, l’egemonia dei prodotti on-prem è indiscutibile ma tirando le somme, si nota per certi aspetti Microsoft soffrire per non essere sul podio, tra i protagonisti delle tecnologie più diffuse oggi, e se andassimo ad analizzare quali saranno le prossime sfide tecnologiche, anche a detta di Gartner, la cosa si farebbe più interessante.

Vedendo infatti la fragilità dei mercati, che soffrono spesso della combinazione tra equilibri geopolitici (guerre) e sostenibilità (clima), a partire dal 2023 le strategie aziendali “cross-market” per l’accelerazione delle Digital Transformation saranno basate su tre pillar: OttimizzazioneScalabilità Innovazione, ma volendo essere venali potremmo dire: risparmio sui costi IT, gestione e resilienza al rischio, creazione di nuovi prodotti/servizi volti alla conquista della fiducia dell’utente finale.

A parte il Metaverso, dove ricordo che il ricciolone CEO di Facebook ha bruciato l’anno scorso 15 miliardi dollari per avere un crollo del 55% delle azioni di Meta, ci sono altre promesse tecnologiche dei prossimi anni caratterizzate da maggior concretezza, e questo Nadella lo sa.

Adaptive AI, che sfrutta un concetto di continuous improvement degli algoritmi e dei modelli di apprendimento, abbinato all’AITrism (Trust, Risk and Security Management) per l’aumento della sicurezza delle piattaforme AI, sarà il primo strato di un nuovo ecosistema che, sempre a detta di Gartner migliorerà del 50% i risultati ottenuti dagli attuali modelli di Deep Learning.

Da qui in poi si aggiungeranno servizi come il DiS (Digital Immune System), per l’analisi dei dati IT e di business per ottimizzare gli economics con l’introduzione di automatismi, e l’ApO (Applied Observability), servizio finalizzato ad analizzare e ottimizzare la latenza delle decisioni strategiche aziendali.

Negli Stati Uniti, Tesla, per esempio, ha già adottato questo servizio: i veicoli “osservano” e misurano la guida con i sensori e l’Autopilot per poter poi produrre un punteggio di sicurezza mensile, da fornire alle compagnie assicurative al fine di stimare i premi delle polizze.

A questo si aggiungerà la ICP (Industry Cloud Platform), che si occuperà di definire componenti cloud intelligenti e verticali specifiche per i diversi mercati di riferimento.

Guardando dall’alto quindi, salta agli occhi il fatto che tutte queste tecnologie e servizi saranno supportate da una componente comune, che sia machine learning o algoritmi generativi di tipo GPT-3, e questo Satiya l’ha ben chiaro.

Microsoft ha già integrato queste componenti in Visual Studio per utilizzarle nella creazioni di codice, e attualmente sta lavorando per portare la stessa integrazione all’intero di Bing (lavoro avviato già dal 2019).

Se aggiungiamo poi il fatto che attualmente OpenAI è già disponibile in Azure, direi che il quadro è chiaro.

Ma la genialità di questa escalation e la lucidità di Nadella stanno oltre:

come detto da Amber Yang, investitrice di Bloomberg Beta per soluzioni AI ed ex Product Manager di Facebook, è degno di nota che colossi come Google non vogliano rischiare di integrare un servizio di “terze parti” per poi rimanere potenzialmente danneggiati a causa di problemi di sicurezza, privacy e stabilità, mentre una società come Microsoft, che ricordiamo avere una capitalizzazione di 1800 miliardi di dollari, non batte ciglio per metterne sul piatto 10 e portarsi a casa il 49% di una “start-up” che può avere, come tale, anche il diritto di fallire.

Alla luce di questo e a valle di quanto scritto, potrei chiudere con un finale a sorpresa: se questo pezzo lo avesse prodotto ChatGPT?

Potrebbe essere lecito lasciarci con questo dubbio, ma la cosa certa è che invece le mosse, le scelte e le strategie di grandi attori non sono frutto di un semplice algoritmo, ma risultato di passione e voglia di andare oltre, caratteristica innata di chi ora ha un cuore che batte.

Tim e Jony amici per sempre, o la mela è bacata?

Ci sono dei segnali importanti che arrivano dal quotidiano, che a volte non riusciamo ad interpretare e che invece potrebbero accende in testa una lampadina, come un primo stimolo per una riflessione importante.

E’ il caso del Sir Jonathan Paul “Jony” Ive, considerato da molti come il numero due dopo Stave Jobs, che ha annunciato al Financial Times di lasciare Apple dopo 27 anni di onorata carriera. Per chi non lo conoscesse, questo ragazzotto entrato in Apple nel 1992 ha segnato la rinascita della società nel 1998 dopo il ritorno di Jobs.

Negli anni Ive è arrivato a guidare i team di progettazione, creando praticamente tutti i dispositivi di maggior successo tra cui l’iPhone, l’iPod e vari modelli di Mac. Il fatto poi di aver ottenuto nel 2015 la dirigenza per il controllo creativo di tutti i prodotti della mela, partendo dall’hardware e arrivando alle interfacce grafiche, ha tolto ogni dubbio sul fatto che abbia segnato il “dopo Jobs” diventando il suo vero erede. 

Alla fine di quest’anno Ive lancerà una sua nuova società chiamata LoveFrom e che vedrà come suo primo cliente la stessa Apple.

Chiare le parole di Tim Cook alla conferenza stampa, quando dice: “Jony è una figura unica nel mondo del design e il suo ruolo nel risveglio di Apple è stato decisivo. Apple continuerà a beneficiare del suo talento, lavorando direttamente con lui e la sua nuova società su progetti esclusivi. Dopo tanti anni di lavoro a stretto contatto, sono felice che la nostra relazione continui per il futuro”.

Lato suo Ive ha fatto da eco al sentimento profondo del CEO, rispondendo: “Anche se non sarò un dipendente [di Apple], sarò ancora molto coinvolto – spero per molti, molti anni a venire. Questo sembra un momento naturale e delicato per fare questo cambiamento”.

E’ ovvio che l’espressione “momento delicato” abbia sicuramente molteplici significati, per esempio se si va analizzare i dati del bilancio della società di Cupertino e valutando i volumi del primo trimestre di quest’anno. 

A inizio maggio, sono stati presentati infatti i risultati dalle cifre sicuramente non rasserenanti. Utili e ricavi diminuiti su base annua, e rispettivamente pari a 12,56 (-16%) e 59,02 miliardi di dollari (-5%). Se volessimo poi entrare nel dettaglio le vendite di iPhone, che ricordiamo cubano oltre la metà dei ricavi totali, hanno perso quasi il 17% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Certo, la sfortuna ci vede bene come sottolineò Cook nella conferenza stampa di gennaio di quest’anno giustificando le perdite già visibili a novembre dell’anno scorso. Perdite riconducibili sostanzialmente ad un dollaro particolarmente forte che avrebbe ridotto la crescita dei ricavi di circa 200 punti rispetto al 2018 e ad un mercato Cinese che avrebbe portato una sostanziale diminuzione dei ricavi a livello mondiale su iPhone e Ipad.

Tutto plausibile ci mancherebbe, ma la capitalizzazione è importante e dopo la dipartita di cinque mesi fa di Angela Ahrendts figura nevralgica capo della divisione Retail (apple Store), il colpo di Ive non ha fatto altro che aumentare ancora di più le preoccupazioni del mercato che come risposta ha tolto oggi circa un 2% sul titolo.

Unicredit esce da Facebook per etica? (Forse) la verità è un’altra.

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Ormai è ufficiale: Banca Unicredit dal primo giugno ha chiuso i propri canali su Facebook ed i servizi correlati. In merito a questa decisione, non usa mezzi termini il comandante Jean Pierre Mustier quando dice «La scelta è dettata dall’etica […] vogliamo tornare a valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità».

I più romantici potranno anche essere stati persuasi da questa spiegazione del manager dall’espressione di plastica, ma la finanza ci appassiona perché a certi livelli è come assistere ad una partita di scacchi, e il Bobby Fisher di piazza Gae Aulenti non è certo uno che fa l’arrocco semplicemente per nobiltà d’animo.

Lo scandalo Cambridge Analytica avrà sicuramente avuto il suo peso in questa scelta (e questo un po’ mi rincuora), ma scavando a fondo emergono diversi indizi interessanti, che messi assieme fanno capire come negli affari l’altruismo e l’etica contino ben poco. Facciamo allora un passo indietro, tornando al 2015 e introducendo il Sig. David Marcus, ex CEO di PayPal, che in quell’anno vende l’anima al diavolo ricciolone, accettando di diventare vice-presidente della divisione Communication di Facebook.

Da subito il brizzolato prende le redini di un progetto strategico per fare evolvere Messenger, la piattaforma di chat del social network, integrandola con diverse nuove funzionalità, tra cui una componente di e-commerce basata su sistemi di pagamento proprietari; sviluppa per prima cosa un modello di business immediatamente sostenibile, al fine di portarsi poi al tavolo nomi eccellenti del credito, come Mastercard, Stripe, American Express, Visa e ovviamente PayPal, tutti attirati dai ritorni economici potenzialmente stratosferici di un mercato in piena espansione. È un successo. Dalla carta si passa subito ai fatti, portando nei successivi tre anni il numero degli utenti attivi da 600 milioni a quasi due miliardi.

Ma mentre gli inverni e le primavere passano sereni a Menlo Park, nel mondo pian piano inizia a concretizzarsi una nuova opportunità in ambito finanziario: la criptovaluta.  Tutti vengono subito abbagliati dall’illusione di facili guadagni e papaveri del calibro di Warren Buffet, Muhammad Yunus e Amartya Sen iniziano i loro spettacoli pubblici dissertando su pro e contro di questo nuovo asset speculativo dai connotati sicuramente atipici rispetto all’economica classica.

Nel frattempo i dittatori digitali non rimangono con le mani in mano e iniziano a spendere “qualche dollaro” in ricerca e sviluppo su questa nuova tecnologia. Così, all’inizio del 2017 il nostro ricciolone entra nell’ufficio del già citato Signor Marcus per risvegliarlo dalla sbornia del successo ottenuto con Messenger, sottolineando che non lo ha messo lì per fare lo scaldabanchi.

La lavata di capo è salutare al punto tale che in fretta e furia viene creato un nuovo team, con ambizioni ben più grandi rispetto all’evoluzione di Messenger: creare una criptovaluta proprietaria che circoli dentro Facebook. Nasce così un progetto chiamato Libra (o Lybra). Le prime attenzioni vengono rivolte alle caratteristiche che la futura moneta digitale dovrà avere.

Al tempo il dibattito sul controvalore di una criptovaluta è acceso quanto e più di adesso, perché non essendo questa legata ad una riserva aurea o al bilancio di un governo, essa resta volatile, ovvero affidata alla sola speculazione.  Per Libra si decide di optare allora per un modello diverso, ovvero uno “stablecoin” detto fiat-collateralized.

La forza di questa tipologia di moneta digitale risiede nella stabilità. Invece di affidare la criptovaluta al mercato, questa viene collegata a risorse misurabili come per esempio il dollaro USA, mantenendone comunque l’autonomia rispetto ad una banca centrale. Ma chi a quel punto può garantire la capitalizzazione di Libra?

Entra allora magicamente in scena JPMorganChase, il principale istituto bancario statunitense specializzato in asset management, che già ha iniziato a lavorare ad un suo progetto sulle criptovalute. Dato che ciascuno di noi è bravo soprattutto nel proprio lavoro, viene avviata una trattativa per definire una partnership nella quale il Grande “F”ratello metta a disposizione un’infrastruttura adeguata e il banchiere Jamie Dimon la copertura economica per bilanciare la moneta digitale.

L’affare si rivela vincente da molti punti di vista, tanto che nell’ottobre del 2017 Facebook acquista una licenza bancaria in Irlanda per iniziare ad offrire prestiti personali ai propri utenti. Con Libra viene di fatto integrata una blockchain con un network di cui fa parte un quarto della popolazione mondiale, dando modo agli utenti di poter spostare fondi e gestire microcrediti tramite una semplice App.

Ad oggi Libra è una realtà consolidata in India, dove gli utenti utilizzano WhatsApp per eseguire pagamenti, mentre da noi si è mantenuta in sordina, nonostante alcuni articoli davvero interessanti di Pierangelo Soldavini sul Sole24Ore. A questo punto si comprendono le vere ragioni della mossa di Mustier.

Nel contesto europeo, infatti, la direttiva PSD2 ha scardinato le dinamiche classiche mediante cui le vecchie banche si sono sviluppate; il taglio delle commissioni interbancarie e l’introduzione dell’open banking hanno reso potenzialmente redditizi per gli istituti di credito i dati dei propri clienti.

Quindi: chi in Italia vanta quasi 31 milioni di account, oltre ad avere uno dei patrimoni informativi più completi e articolati al mondo? Il cerchio si chiude. Secondo alcuni esperti, Zuckerberg ha intenzione di iniziare la sua simultanea di scacchi in Europa nel 2020, ovvero Facebook da solo contro tutti. Staremo a vedere come andrà a finire, ma per ora comprendiamo perché il Bobby Fisher di Piazza Gae Aulenti abbia “eticamente” deciso di mettersi al riparo da uno scacco al re.

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Addio chiavetta, ora useremo solo lo smartphone per i movimenti bancari

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Nel lontano 2006 un istituto bancario torinese, chiamato Sanpaolo, introdusse per primo sul mercato un dispositivo che chiamò “O-Key”: una chiavetta che generava un numero casuale, da utilizzare assieme alle proprie credenziali, per accedere all’Home Banking. A ruota le altre realtà si attrezzarono velocemente per adottare questo dispositivo, introducendo di fatto quello che venne chiamato sistema di “Strong Authentication”.

Ad oggi esistono milioni di chiavette, che noi tutti utilizziamo quotidianamente per le nostre attività on-line, ma che ben presto dovranno andare in pensione per via di una normativa europea chiamata PSD2. Questo testo, in vigore da gennaio dell’anno scorso, ha introdotto vari accorgimenti di sicurezza e regole sui pagamenti digitali.

Ad esempio, richiede che ogni singola operazione debba essere autorizzata da un codice sì univoco, ma che consenta però di ricondurre alla transizione associata. Ciò assicura che il movimento non verrà replicato, garantendo allo stesso tempo l’identità di chi esegue l’operazione. Su questo aspetto la nostra vecchia chiavetta risulta essere inadeguata, così da obbligare gli istituti di credito al ritiro, entro il 14 Settembre 2019.

Questa introduzione per spiegare perché, in questi giorni, molti stiamo ricevendo delle comunicazioni dalle rispettive banche, che annunciano un cambio sul sistema di autenticazione con dei piccoli “ritocchi” contrattuali.

Giusto per dare qualche ordine di grandezza, tra gruppo Intesa Sanpaolo e Unicredit, stiamo parlando di circa 10 milioni di dispositivi da rottamare; l’alternativa che stanno adottando in molti è l’utilizzo dell’App, che a sua volta sfrutterà le caratteristiche tecniche dello smartphone, come per esempio il Touch-ID per le impronte digitali, o il sistema di riconoscimento facciale.

Ma se quindi da un indagine di Wired emerge che l’85% degli italiani possiede uno smartphone, la domanda che ci si pone è banale: come si attrezzerà il restante 15% che si presuppone abbia almeno un telefonino “a tasti”? Semplice: con l’invio di un codice via SMS che però a mio avviso, oltre ad reintrodurre un problema di sicurezza, inciderà aggiungendo di certo dei costi aggiuntivi al titolare del conto (i “ritocchi” di cui sopra, per l’appunto).

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Dimmi chi sei e ti dirò cosa mangi

McDonalds Popular

Tutti conoscono McDonald’s e tutti almeno una volta nella vita ci sono andati a mangiare. Questa famosa catena di fast-food, spesso al centro di polemiche per via di quello che alcuni definiscono “cibo spazzatura”, mantiene sicuramente un posto di eccellenza nel mercato in cui opera, per due semplici motivi: una vincente strategia di Marketing e l’essere arrivati primi, inventando un modello operativo che ad oggi va sotto il nome di “Metodo McDonalds”.

Questo metodo si basa su uno standard di produzione accuratamente documentato (fino a creare per esempio un manuale interno che spiega costruire un Big Mac) e su un sistema di lavoro industrializzato tipo “catena di montaggio”, dove ogni persona che partecipa al processo, si occupa di una piccola e specifica attività. Nel tempo questo modello ha premiato il gruppo McDonald’s Corporation, che ha portato a casa 1,5 miliardi di dollari di utile solo nel Q1 di quest’anno, con una capitalizzazione ad oggi di circa 151 miliardi.

La costante e relativa crescita del fatturato è in relazione ad un continuo perfezionamento dei processi produttivi interni con l’ottimizzazione dei tempi di “assemblaggio” e distribuzione del cibo.

Un passo importante era stato fatto a suo tempo con l’introduzione dei menù a display per le ordinazioni, volto ad eliminare il tempo di interazione con il personale interno, permettendo loro di concentrarsi sulla catena produttiva.

Oggi però questo modello viene nuovamente perfezionato, integrando nei display un intelligenza artificiale e per fare questo, di recente il gigante della ristorazione ha acquisito Dynamic Yield Ltd.

Questa società israeliana con sede a New York, si occupa di personalizzazione basata sulla logica decisionale e tecnologie cognitive, ovvero sviluppa degli algoritmi che permettono ai computer di interagire in maniera più naturale con l’essere umano e nello stesso tempo imparare, acquisire ed elaborare dati al fine di personalizzare l’esperienza utente.

L’idea di base è quella quindi di ottimizzare i processi azzerando o far tendere a zero, il tempo che oggi una persona impiega nel scegliere cosa mangiare.

Questa nuova tecnologia integrata nel menù a display, riconosce il cliente ed è capace di suggerire il menù a lui più gradito, in base a molteplici dati che ha elaborato. Il riconoscimento facciale e le misurazioni biometriche, saranno i primi indicatori utili al fine di reperire tutte le informazioni disponibili su ciascun individuo nella grande rete. Attività svolte su vari siti, social network e altre fonti, diventeranno quindi ben presto i bacini informativi da cui il sistema attingerà i dati, al fine di elaborarli con algoritmi analitici.

“La tecnologia è un elemento fondamentale del nostro Piano Strategico, che migliorerà l’esperienza per i nostri clienti, offrendo maggiore comodità e praticità nella scelta del menù”, ha affermato Steve Easterbrook, Presidente e Chief Executive Officer di McDonald’s Corporation. McDonald’s sarà senza dubbio una delle prime società ad integrare la tecnologia cognitiva nei propri punti vendita.

Dopo aver testato i primi prototipi su diversi ristoranti negli Stati Uniti nel 2018, inizierà ora una distribuzione su scala di questa tecnologia a partire dai ristoranti Drive, prima negli Stati Uniti e poi a seguire su altri mercati internazionali.

Questo è uno dei molti esempi di come l’intelligenza artificiale stia entrando nel quotidiano, relegando gli individui ad essere parte di processi produttivi e avanzando così di un altro passo verso la dissoluzione della relazioni umane.

Pubblicato su OggiTreviso

Noi e Roy, abbiamo salvato Facebook

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Per chi negli ultimi messi fosse rimasto in vacanza al largo dei bastioni d’Orione o ad ammirare  i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, vorrei ricordare come in Marzo dell’anno scorso il valore delle azioni di borsa del Social Network per eccellenza crollò, per un “piccolo” problema legato all’acquisizione di dati da parte di una società chiamata Cambridge Analytica e ceduti da Facebook all’insaputa del suo CEO Mark Zuckerberg (così almeno ammise a Washington davanti alla Commissione Energia e Commercio della Camera).

L’onda d’urto di questo scandalo fece tremare le fondamenta della società fondata dal ricciolone, nonché minato un potenziale sistema d’intelligence sommerso, basato sull’utilizzo di grandi quantità di dati che potrebbero aver influenzato i risultati per la corsa alla Casa Bianca favorendo così a suo tempo, il candidato Donald Trump. Ovviamente tutto finì come ci si aspettava: Cambridge Analytica dovette chiudere, (o venne fatta chiudere) per conclamati problemi di reputazione. Invece la questione delle “elezioni pilotate” finì stranamente per essere insabbiata.

La cosa più singolare però è che in tutto questo il titolo Facebook, contro ogni logica aspettativa, riprese quota anche a fronte dell’uragano mediatico che gli si scagliò contro, e questo mi diede da pensare. Solitamente un titolo in borsa è legato alla fiducia del mercato, che a sua volta è in relazione con una popolazione che usufruisce del servizio o del bene offerto dalla realtà rappresentata dal titolo stesso. Questo principio, che sta nel DNA del sistema economico moderno, tuttavia in questo caso non funzionò. Gli utenti infatti, pur essendo magari rimasti sfiduciati, continuarono comunque ad utilizzare la piattaforma come se il problema non fosse mai esistito.

Non ritengo che il “mea culpa” di Zuckerberg espresso alla corte, accompagnato per altro da due occhioni rossi e umidi, abbiano convinto gli utenti sull’innocenza della società. Non credo poi che questi ultimi si siano rasserenati per l’introduzione dell’allora nuova normativa sulla privacy chiamata GDPR, che magicamente avrebbe messo ordine e rigore sulla gestione dei loro dati personali (altro fumo negli occhi). Sono convinto piuttosto che alla base di questo, ci sia stata semplicemente la paura di lasciare la comunità e abbandonare la propria rete di relazioni, uscendo di fatto dal “gruppo”.

Il fenomeno viene identificato con l’acronimo FOMO (Fear Of Missing Out) e definisce sostanzialmente la paura che nasce dall’essere “tagliati fuori”. Essere parte di un gruppo ovvero di una comunità è una necessità dettata dalla nostra natura umana.  Che lo si voglia o no, ogni giorno siamo spinti ad indentificarci in un uno o più gruppi, che di ritorno ci trasmettono sensazioni di accettazione, considerazione e quindi serenità. Amici, colleghi, parenti sono tutti contesti in cui cerchiamo un riconoscimento, e questo vale nella realtà quotidiana cosi come nel virtuale.

Sulle piattaforme sociali dopo aver “sdoganato” il nome e cognome, abbiamo costruito negli anni le nostre relazioni parallele, condividendo foto, ricordi, post e altro ancora, identificando così il nostro “io” all’interno del cyber-spazio. Abbiamo capito che lì potevamo mostrare il meglio di noi, perché vorrei sottolineare che nei Social Network “evidenziamo quello che aspiriamo ad essere e non tanto quello che siamo in realtà”.

Piattaforme come Facebook hanno costruito una potente strategia che tuttora fa leva su queste nostre debolezze e necessità, perfezionando pian piano, un sistema di riconoscimento emozionale. Il risultato è che siamo assuefatti dal desiderio di consensi, e ci mettiamo così alla ricerca di “Followers” e di “Like” da chi ci sta attorno, arrivando pure ad elemosinarli utilizzando tristi funzioni del tipo: “Invita i tuoi amici a mettere Mi piace”. Il meccanismo tende cosi a creare una vera e propria forma di dipendenza, che spinge gli utenti ad essere sempre più connessi e a condividere sempre più informazioni. Su Facebook ci presentiamo con la nostra vera identità e non con uno pseudonimo, come avveniva nelle prime piattaforme di community di fine anni novanta.

Chiudere quindi il proprio account equivale a “cancellare” allora la propria immagine perfetta, costruita nel tempo in maniera precisa, con cui ci si è sempre presentati alle nostre amicizie virtuali. In conclusione, ritengo personalmente che sia stato oltrepassato un punto di non ritorno, in cui la primordiale necessità di “essere allineati e presenti nella comunità” ha portato inevitabilmente a sacrificare il nostro spirito critico e buon senso.

Una volta avremmo boicottato un simile ricatto, ma ora siamo come un fumatore che, seppur conscio dei danni provocati dal proprio vizio, trova comunque mille scuse per posticipare il giorno in cui butterà l’ultimo mozzicone. Per carità, aspettarsi il fallimento di Facebook a valle di questo scandalo sarebbe stata una assurdità, ma una flessione significativa dell’andamento in borsa come segno di consapevolezza sarebbe stato consolante.

Questo non è avvenuto e ormai tutto rientrato all’interno delle solite logiche commerciali, dove un giovanotto continuerà a mantenere legate ai propri jeans strappati la chiave del patrimonio informativo di quasi la metà della popolazione mondiale, e tutta questa storia andrà dimenticata. In altri termini, per usare una frase di Roy Batty: tutte queste cose andranno perdute come lacrime nella pioggia.

Pubblicato il 20 Aprile 2019 su OggiTreviso

 

Internet è morta per colpa del Nirvana

nirvana

Quello che è successo a Strasburgo lo corso 26 Marzo è la prova inconfutabile di quanti “digitambuli” siano rimasti nel Nirvana dei loro social invece di insorgere davanti all’ultimo miglio della vecchia e stanca Internet. La riforma sul diritto d’autore è stata approvata dal Parlamento Europeo nell’ultimo giro di tango, dove 348 membri hanno votato a favore e 274 hanno contro (36 si sono astenuti). Quello che passato è un testo a dir poco controverso, dove due articoli, nello specifico 11 e 13 (ora noti rispettivamente come 15 e 17), passeranno alla storia come i boia della grande rete.

In sintesi, viene detto che le piattaforme on-line, piccole o grandi che siano, saranno direttamente responsabili dei contenuti esposti ed avranno quindi l’obbligo pagare i diritti d’autore su materiale prodotto da terze parti, come per esempio notizie giornalistiche e altre informazioni, se queste saranno riportate sulle loro pagine o semplicemente collegate da un link; dovranno inoltre promuovere una auto-censura, eliminando tutto ciò che non è contrattualmente autorizzato dai garanti del copyright e dai gruppi editoriali.

Ovviamente per chi “dimenticasse” di far ciò, o non volesse sottostare a queste regole, ci saranno procedure d’infrazione, con sanzioni più o meno gravi.  Google News per esempio, che sappiamo essere uno dei tanti aggregatori di notizie, dovrà pagare una commissione per ogni collegamento ad una specifica notizia; se uno dei tanti moderni Youtuber, invece, volesse mettere come sottofondo al suo video un pezzo degli U2, la piattaforma dovrà verificare che il ragazzino abbia i diritti concordati con la Island Records.

E ancora, se un utente, per portare avanti una causa no-profit posterà un articolo dell’Espresso di Roberto Saviano sul proprio profilo Facebook, lo stesso se lo vedrà cancellare qualora il Sig. Zuckerberg non decidesse di fare un contratto con il gruppo editoriale GEDI. In sostanza nessuno sarà esonerato, nemmeno piattaforme come Wikipedia, che ha già tra l’altro avviato una raccolta di firme contro la propria morte, segnata da questo disegno di legge.

Potrei anche concordare sul fatto che è corretto proteggere la proprietà intellettuale, ma mi chiedo quale sia la reale contropartita: è qui che mi associo alle voci che gridano alla libertà di espressione. Secondo la logica di questa manovra, l’informazione tornerà ad essere in mano a pochi e ben selezionati broker. È vero che il fu Maestro Venerabile sarebbe certamente contento nel veder realizzato un po’ del suo progetto, ma questo andrebbe però a far deflagrare le fondamenta di un sistema di divulgazione libero e svincolato dai meccanismi del monopolio mediatico.

L’inventore del “WWW”, Tim Berners-Lee, ha visto la sua creatura crescere, e attorno ad essa germogliare idee e progetti sani e costruttivi. Internet ha dato voce a chi non avrebbe mai avuto spazio nel classico modello editoriale o all’interno di regimi politici controllati; probabilmente avvenimenti come la Primavera Araba non ci sarebbero mai stati. La cosa che dà speranza è che la manovra deve finire il proprio iter prima di entrare definitivamente in vigore.

È necessario infatti, dopo il voto del Parlamento, un nulla-osta del Consiglio affinché si approvi la direttiva. In tutto questo mi consola vedere la borgata Italiana coesa nella protesta. M5S e Lega, in particolare, si sono schierati fortemente contro questo disegno. Ovviamente però resistono gli ultimi romantici sostenitori dei sogni affranti di Angelino Alfano, che ricordiamo provò, facendo anche un po’ tenerezza, a farfugliare su due piedi una legge ad-hoc durante il governo Berlusconi per impedire ad Internet di parlare del Bunga-Bunga, di Ruby e del resto delle beghe processuali dell’affiliato 104 della P2: dev’essere per questo che le vallette dell’arem di Forza Italia come Mariastella Gelmini, si sono schierate a favore di questa Legge Bavaglio 2.0.

Prima che mi dimentichi: devo chiedere alla redazione di pagare il Sig. Michele Serra per aver utilizzato il termine “digitambuli”.

Pubblicato il 04 Aprile 2019 su OggiTreviso

Nomofobia, il gratta e vinci della paura

Per chi non fosse informato sui fatti (credo pochi), lo scorso 13 marzo è successa una cosa che ha in parte dell’incredibile: Facebook e WhatsApp sono rimasti offline per parecchie ore, per un motivo probabilmente tecnico, ma ancora da accertare. Il mio primo pensiero è andato al valore del titolo, che a mio avviso ha retto comunque con dignità, specie se paragonato alla “leggera flessione” dello scorso luglio a valle dello scandalo Datagate; ma la mia attenzione si è invece focalizzata su altro aspetto, che francamente mi ha fatto riflettere di più. Nelle ore buie in cui le persone hanno avuto a che fare con strani errori di collegamento, si sono sviluppate in varie parti del mondo situazioni di panico, disagio e disorientamento.

Di questo fenomeno se ne parla da anni definendolo con termine preciso: Nomofobia, ovvero “No-mobile fobia”. David Greenfield, professore di psichiatria all’Università del Connecticut, sostiene senza indugio che l’attaccamento ad un dispositivo di connessione può sviluppare una dipendenza a causa della produzione di dopamina. Stiamo parlando di un neurotrasmettitore che risulta essere alla base della sensazione piacevole di ricompensa e gratificazione che si prova in certe situazioni. Questo concetto, magari sconosciuto ai molti, è di grande importanza per chi lavora nel mondo delle piattaforme sociali.

Una semplice notifica può infatti far salire il livello di dopamina, perché ci fa presumere che c’è qualcosa di nuovo e interessante che ci riguarda personalmente. La campanellina illuminata su YouTube, il numero rosso sopra l’icona della chat di Facebook, il popup di WhatsApp sul nostro telefono, sono solo pochi esempi di molti strumenti studiati ad-hoc, per alimentare la nostra illusione di considerazione.

Nel suo libro dal titolo “Il lato oscuro di Facebook”, Federico Mello paragona queste dipendenze alla stregua di quelle legate ad un semplice gratta e vinci. Razionalmente si sa che la percentuale di vincita rasenta quasi lo zero, ma la gente continua comunque a giocare, perché questo genera in loro l’illusione di vincere.

Non importa quindi se le mail che riceviamo sono spam o se le notifiche di Facebook non sono direttamente indirizzate a noi: sono l’effetto sorpresa e la speranza di essere considerati, ad alimentare la nostra voglia di controllare, accedere, verificare e interagire online. Tutto questo non fa altro che produrre nuova dopamina. Il problema però è che non possiamo sapere in anticipo quando accadrà, e cosi siamo portati d’impulso a controllare continuamente il nostro dispositivo in cerca di un “segnale”, entrando di fatto in un circolo vizioso.

Con questi presupposti, è ovvio che una situazione di offline scatenerà in una persona estremamente dipendente una vera e propria crisi d’astinenza. La Nomofobia è ormai una patologia riconosciuta a livello globale e, se non correttamente curata, può portare a serie conseguenze. Ezio Benelli, presidente del Congresso Mondiale di Psichiatria Dinamica afferma su questo tema che: “L’utilizzo smodato e improprio del cellulare, come di internet, può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, a sviluppare insicurezze relazionali o ad alimentare la paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso”.

Pubblicato il 21 Marzo 2019 su OggiTreviso

Il nostro futuro secondo i Big Data

Tra Social Network, Blog e portali affini, potremo ormai paragonare Internet ad un grande calderone contenente tonnellate di dati ed informazioni. Già nel 2010 la cosa era ovvia, tant’è che una semplice e chiara domanda venne in mente a molte persone del settore tecnologico: “E’ possibile sfruttare i dati provenienti da molteplici fonti, per farci soldi?”  Il risultato, fu la nascita dei big data.

Questo termine, indica sostanzialmente alcune tecnologie che utilizzano degli algoritmi per analizzare grosse quantità di dati provenienti dal Web. Lo scopo è semplice: creare dei profili statistici, comportamentali nonché di previsione, intersecando e trovando correlazioni tra le varie informazioni collezionate. Post, foto, commenti, like, la rete dei nostri “amici”, e tanto altro potrebbero sembrare a prima vista informazioni destrutturate e di poco conto, ma che però collegate assieme secondo dei precisi schemi, risultano estremamente parlanti e quindi redditizie.

A detta di Charlie Stryler, guru di questo settore, molte banche per esempio stanno analizzando i dati dei Social Network per stimare i rischi sui mutui tramite formule con alla base regole banali, come per esempio: “se i tuoi amici non pagano in tempo una rata, è probabile che nemmeno tu lo faccia”. Come dire che la nostra affidabilità creditizia è calcolata in base a chi frequentiamo. Altre applicazioni le troviamo nel mondo assicurativo.

Molte società italiane per esempio, stanno “regalando” dei dispositivi da installare nelle auto dei propri clienti, che si comportano come classiche scatole nere. Le compagnie sostengono che i dispositivi sono utilizzati a valle di un sinistro, per capirne le dinamiche. Ovviamente però, non dicono che campionano i dati su come e dove il conducente utilizza ogni giorno il proprio mezzo, e che tutto questo viene correlato con altre fonti di informazione al fine di dettagliare meglio i profili di rischio e mirare poi eventuali proposte commerciali per i rinnovi delle polizze.

Se volessimo poi spostare l’attenzione, potrei citare un altro esempio che riguarda le aziende in generale. Per gli addetti del settore, non è un mistero il fatto che esistano dei software che analizzano i profili personali dei candidati durante le selezioni del personale. Molte aziende prima di assumere, macinano i dati del candidato recuperati setacciando internet, per capire se questo sarà un dipendente affidabile e fedele all’azienda, ma non solo. I dati sono poi utilizzati per stimare la sua curva di crescita e il suo livello di compatibilità caratteriale, nei confronti degli altri colleghi.

A tal proposito Linkedin, famosa piattaforma social rivolta al mondo delle professioni, mette lei stessa a disposizione a pagamento uno strumento di analisi. L’algoritmo che sta alla base, studia il comportamento della comunità, restituendo informazioni strutturate di varia natura. E’ possibile per esempio capire “la serietà” professionale, in base ai cambi e scatti di carriera, interazioni con altre piattaforme sociali, pubblicazione di post e tanto altro ancora. Se non bastasse, ora Linkedin che ricordiamo essere di proprietà Microsoft, darà la possibilità di integrare gli account con la piattaforma Cloud di Office365. Questo semplice “click” garantirà potenzialmente alla piattaforma l’accesso a tutto quello che faremo internamente all’azienda al fine di collezionare sempre più dati sul nostro profilo.

Siamo ancora all’inizio di una nuova realtà fatta di previsioni sempre più precise, basate su algoritmi che tendono esponenzialmente alla perfezione. Quello che abbiamo fatto in passato e ciò che stiamo facendo ora, sarà utile per predire il nostro futuro.  In altri termini saranno i click che faremo a segnare il nostro “destino” e di conseguenza, se non cancelleremo il nostro passato dal web, presto o tardi saranno le nostre vite e le nostre emozioni la benzina del nuovo capitalismo.

Pubblicato su OggiTreviso

Uscire dalle logiche dei social? Cercate un cigno nero

Se siete convinti che il fine ultimo delle piattaforme social come Facebook sia quello di recuperare sempre più informazioni su di noi a valle dei click che facciamo, solo per il fine di confezionare semplicemente pubblicità su misura da propinarci, beh, allora non avete mai sentito parlare del Signor Dean Eckles!

Questo trentenne dai capelli rossi, e dalla mente certamente brillante, insegna Comunicazioni e Tecnologia al MIT, dove tra l’altro ha conseguito un dottorato dal titolo “Scienze comportamentali applicate ai social network”, e a tempo perso lavora come consulente per Facebook, dove è a capo di un dipartimento particolarmente interessante.

Di cosa si occupano lui e il suo staff? Semplice: di dettagliare per ognuno di noi il così detto “profiler”, scavando nella nostra psiche e studiando le motivazioni emotive che ci spingono a muoverci nella rete e nel fare acquisti (e quindi fare scelte), con una tecnica conosciuta come “psychographics”. Sembra una banalità, ma l’occhio celeste del grande fratello finanzia studi al fine di ottimizzare algoritmi per la “Sentiment Analysis Platform”, strumento che permette di capire l’umore e le emozioni della persone che gironzolano di qua e di là nel cyberspazio.

L’assunto parte da un concetto semplice: siamo esseri umani, e come tali ci muoviamo su internet, interagiamo nei social e facciamo ovviamente acquisti mossi da sentimenti, emozioni e stati d’animo. Questi nuovi algoritmi sono nati quindi per arricchire la già esistente base dati su ognuno di noi, con informazioni sempre più raffinate ricavate dalla nostra presunta personalità e psicologia.

Se all’inizio, per esempio, ci venivano proposte pubblicità su un centro benessere semplicemente perché avevamo cercato per giorni in Google un pacchetto weekend da regalare alla nostra donna, oggi la stessa pubblicità ci verrà proposta perché magari saremo tornati nuovamente single e il “sistema” ha intuito dai nostri movimenti digitali che siamo moralmente a terra e che forse ci farebbe bene fare una sauna rilassante. Credetemi non è fantasia, perché Eckles e il suo team hanno dimostrato che utilizzando questi algoritmi è possibile aumentare fino al 40% l’efficacia del materiale pubblicitario.

In altre parole, e volendo semplificare, se prima era complesso capire il collegamento logico che poteva correlare due tipologie di acquisto da parte di uno stesso utente, adesso con il suo profiler sarà più semplice analizzare le motivazioni perché lo stesso sia spinto a comprare una T-Shirt D&G piuttosto che il DVD di Arma Letale.

Ma il bello deve ancora arrivare: capendo le motivazioni che stanno alla base di un acquisto è facile creare i presupposti per l’acquisto stesso, in altri termini convincere l’utente a spendere; è stato dimostrato con dati oggettivi che stiamo passando dalla semplice proposta alla vera e propria persuasione. Capiamoci, non è che qui abbiamo scoperto l’acqua calda: nei sistemi mediatici passivi per eccellenza, ovvero la televisione e la radio, questo era già noto.

 Sicuramente vi sareste chiesti perché di notte ci sono moltissime pubblicità, o perché in fasce orarie diverse ci vengono proposte pubblicità diverse? Questo perché chi guarda la televisione alle tre di notte potrebbe essere più suggestionabile, o perché alle dieci del mattino una casalinga sconsolata che utilizza un inefficace aspirapolvere potrebbe d’impulso chiamare il mitico numero in sovraimpressione per sostituire il proprio elettrodomestico.

Va da sé, quindi, che ora la potenza di fuoco della profilazione commerciale si è radicalmente ampliata, e questo perché, rispetto a prima, adesso possiamo interagire con il media fornendo migliaia di informazioni utili. Nel migliore dei casi le informazioni raccolte su ognuno di noi potrebbero essere vendute a chi le saprà sfruttare per rendere più mirate le proprie proposte di acquisto. Nulla di scandaloso allora se Amazon ci propone libri che ci piacciono, o Netflix ci presentasse “per caso” un nuovo film accattivante.

Ma se invece i dati del nostro profiler fossero utilizzati per aggirare la nostra razionalità, facendoci agire in maniera compulsiva? Si potrebbe per esempio creare un sistema di propaganda politica utilizzando news e messaggi mirati ad influenzare gli elettori facendo perno sulle loro emozioni e debolezze. Bingo!

Un rapporto “vero” è basato sulla consapevolezza che ognuno di noi ha nel condividere parte di sé agli altri; anche quando semplicemente postiamo qualcosa su un social network, siamo coscienti che stiamo comunicando qualcosa di noi. Nel caso però della Sentiment Analysis Platform, non sappiamo quali siano le informazioni personali che la rete sta collezionando, e di conseguenza non abbiamo nemmeno idea su fino a che livello si stia spingendo l’azione di persuasione nei nostri confronti.

Karl Popper, famoso epistemologo del XX Secolo, diceva una cosa molto semplice: se abbiamo visto sempre cigni bianchi, non vuol dire che tutti i cigni siano bianchi. Se vi accorgete di essere mitragliati, senza alcun margine di contradittorio, solo da news su migranti che rubano il lavoro e alimentano la criminalità per le strade, beh, direi che è finalmente giunto il momento di farsi delle domande e di mettersi a cercare il controesempio: il cigno nero!

Pubblicato il 04 Marzo 2019 su OggiTreviso.